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Vino, via al bando per la promozione nei Paesi terzi

Le regole fi ssate hanno tenuto in scarsa considerazione le richieste delle imprese, soprattutto con riferimento ai criteri di priorità dei progetti. Ora le Regioni devono emanare i loro bandi con grande rapidità

di Valentina Sourin da L’Informatore Agrario n. 22 del 2016 Se la buona notizia è che finalmente per la promozione del vino nei Paesi terzi c’è il bando, e che dunque tutto sommato il tempo a disposizione delle imprese per presentare i progetti non è poi così limitato come si poteva temere, quella molto meno buona risiede proprio nei contenuti dell’Invito stesso. L’Invito alla presentazione dei progetti per la campagna 2016-2017, che detta le modalità operative e procedurali per l’attuazione del decreto ministeriale n. 32072 del 18 aprile scorso (vedi anche L’Informatore Agrario n. 14/2016, pag. 13), è stato pubblicato sul sito del Ministero il 25 maggio scorso. Disattese le richieste dei produttori La pubblicazione fa seguito a un’intensa concertazione tra Ministero stesso, Regioni e organizzazioni della fi liera vitivinicola. Non si può tuttavia tacere che, almeno per quanto riguarda le istanze presentate da queste ultime organizzazioni, e quindi indirettamente dalle imprese benefi ciarie del provvedimento, ben poco è stato recepito nel provvedimento emanato. Soprattutto per quanto riguarda quegli aspetti che nella pratica faranno la differenza per le imprese – quali i criteri di priorità, la loro interpretazione e il peso assegnato a ciascuno di essi – le ragionevoli richieste delle organizzazioni sono state del tutto ignorate dall'Amministrazione, con conseguenze, probabilmente nefaste, che scopriremo al momento della valutazione dei progetti. Ma andiamo con ordine. Vale la pena evidenziare, a titolo informativo, alcuni aspetti dell’Invito. La data ultima per la presentazione dei progetti a valere sulla quota nazionale è fissata al prossimo 30 giugno, mentre per quelli a valere sulla quota regionale spetterà alle singole Regioni stabilire una cadenza all’interno dei propri bandi, nel rispetto delle successive tempistiche indicate nell’Invito. Resta fermo il termine del 12 ottobre per la stipula dei contratti con l’organismo pagatore Agea. Una novità risiede nella durata dei progetti: se quella minima rimane di 12 mesi, la massima, in ragione della fi ne della programmazione del Pns nel 2018, è fi ssata a 2 anni anziché a 3. Nel contorto meccanismo che regola i progetti multiregionali, va segnalato che, a differenza delle precedenti annualità, non viene fi ssato un importo percentuale minimo di fi nanziamento da parte della singola Regione partecipante, che, per assurdo, potrebbe essere anche dell’1% a fronte di un 24% da parte di un’altra Regione (e un altro 25% proveniente dalla quota nazionale). Una delle poche richieste delle organizzazioni che è stata recepita nel bando, consiste nella declinazione del contributo massimo richiedibile in classi valoriali, proporzionandone dunque l’importo massimo alla quantità di prodotto confezionata dal beneficiario. Il problema delle priorità Come accennato in precedenza, il vero punto dolente sta nei criteri di priorità. Le problematiche, infatti, già erano evidenti al momento della pubblicazione del decreto n. 32072, ma con le specifi che e i punteggi riportati nell’Invito le si sono, se possibile, ulteriormente aggravate. Premetto che quelli che andrò ad analizzare sono i pesi attribuiti ai criteri per i progetti di respiro «nazionale », ma che ogni Regione potrà rimodulare i punteggi a proprio piacimento, mantenendo comunque una valutazione complessiva in centesimi. I punteggi più elevati (20 punti cadauno) sono associati rispettivamente ai criteri: di essere un nuovo benefi ciario della misura, di rivolgere il progetto a un mercato o Paese terzo in cui non si è mai stati. Entrambi i requisiti vengono valutati con il metro dell’esclusività, dunque è verosimile che nessuno dei partecipanti al bando nazionale ne gioverà. Che questi criteri avessero un peso non inferiore a tutti gli altri è un diktat del regolamento europeo. Quello che si sarebbe potuto fare per renderli meno gravosi sarebbe stato ridurne l’entità. Inoltre, tale diktat avrebbe dovuto valere anche per il criterio relativo alla presenza di piccole e microimprese nel progetto, criterio che invece si è aggiudicato solo la metà dei punti. Proprio con riferimento a quest’ultimo criterio, che vorrebbe giustamente premiare chi aggrega più realtà di piccole dimensioni, avevamo suggerito di specifi care meglio quali tipi di aggregazioni fossero da includere, viste le interpretazioni molto variegate che le Regioni hanno dato in passato. Ma anche su questo, ahimè, non siamo stati ascoltati. Con riferimento, invece, a quel criterio che assegna una premialità a chi si rivolge a uno o più dei Paesi emergenti riportati in un allegato all’Invito, ci sembrava ragionevole optare per un’interpretazione che premiasse una «prevalenza» di azioni rivolte a tali Paesi, e non la totalità delle stesse, come invece alla fi ne è stato previsto. Anche questo sembra essere un criterio di cui ben pochi potranno benefi ciare. Altro aspetto abbastanza «paradossale » sta nel fatto che se da una parte si assegnano 10 punti a chi presenta un progetto che riguarda esclusivamente vini a dop e/o a igp, dall’altra ne vengono attribuiti 5 ai progetti che riguardano esclusivamente vini docg. Stante il fatto che non è ben chiaro se i due criteri siano cumulabili, il principio alla loro base è lo stesso, dunque non si capisce bene la logica di assegnare due diverse priorità sullo stesso principio. Oltre al fatto che gli unici vini a essere penalizzati sono quelli varietali, che a questo punto non verranno inclusi in alcun progetto, neppure in percentuale minima. Infi ne, anche sulla premialità legata a chi «produce e commercializza esclusivamente vini di propria produzione », oltre a una certa incertezza sulla defi nizione di «produzione propria», si registra la quasi impossibilità per le imprese di dimensioni rilevanti di aggiudicarsi il punteggio legato a questo criterio. In conclusione, il combinato disposto del decreto, e del relativo Invito, avrà come risultato il fatto che le imprese che oggi trainano l’export italiano di vino, per aggiudicarsi parte delle scarse risorse disponibili sul bando nazionale, dovranno plasmare i propri progetti ai criteri indicati nell’Invito, piuttosto che basarli su coerenti e sensate strategie commerciali e di penetrazione nei mercati. Valentina Sourin